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Il cavalluccio di Troia, titolo peculiare per un romanzo che tanto nella forma come nel contenuto è certamente peculiare. Nella forma e per quanto riguarda il testo ci troviamo di fronte a una narrazione strutturata in forma di racconti brevi su diversi aspetti legati alla guerra in generale e alla guerra di Troia in particolare. Racconti brevi in terza persona, nei quali l’autore è capace di andare a fondo nei pensieri e nei sentimenti del protagonista.
Questo libro include però anche alcune curiose illustrazioni realizzate a mano dallo stesso autore. Queste illustrazioni ci offrono anche la chiave per interpretare correttamente i racconti: sembrano realizzate da un bambino, circostanza a cui si riferisce il titolo, il cavalluccio di legno che è regalato ad Alessandro e che è anche il suo giocattolo più amato.
Un ragazzo, che ha appena finito di essere un bambino, deve partire per combattere a Troia, la cui guerra è già al suo decimo anno. I suoi amici non sono ancora arruolati: sono un poco più giovani di lui. Lui deve lasciarsi dietro i giochi d’infanzia, le prime delizie di Afrodite, il produttivo contatto con il suo maestro, l’affetto di sua madre… tutto quello che è stata fino ad allora la sua vita resta alle spalle per una guerra di cui non vede il senso.
Il romanzo di Delio De Martino va mostrando i pensieri e i sentimenti di questo ragazzo in ogni situazione in cui si trova.
Caratterizza la prosa di Delio De Martino la precisione nella descrizione del dettaglio, l’aura poetica con la quale avvolge azioni o oggetti che in se stessi hanno poco di poetico, come la cruenta e sanguinolenta morte del primo racconto.
In racconti molto ben scritti e strutturati con chiarezza, Delio De Martino mostra una profonda conoscenza della letteratura classica, in particolare quella greca; non per nulla il mondo classico fa parte della sua formazione. Questa conoscenza, che non risulta pesante, ma che è molto ben integrata nella narrazione, si vede, per fare un esempio, nella evocazione della spiaggia di Aulide nel racconto n. II. Nella tragedia Ifigenia in Aulide Euripide drammatizza la morte della giovane principessa per ordine della dea Artemide per propiziare il vento che permetta alle navi di salpare. Euripide fa sì che il coro di ragazze del luogo mostri meraviglia davanti alla visione dell’armata arenata sulla spiaggia e che la vadano descrivendo.
Qui Delio descrive l’impressione che provoca nel giovane la visione dell’esercito preparato per partire, ma che non può salpare perché, come nella tragedia di Euripide, non c’è vento; nel racconto n. II il ragazzo ricorda quello che gli raccontarono che successe in Aulide, il sacrificio della principessa Ifigenia e, ad un certo momento, arriva a pensare che sarà lui una nuova vittima sacrificale, visto che è il più giovane, possibile vittima propiziatoria; però, alla fine, ci racconta che i suoi compagni lo portano al pasto che hanno preparato, una cerva, elemento che torna a essere una citazione della tragedia euripidea: ricordiamo che alla fine della tragedia siamo informati che la dea ha preso la giovane Ifigenia e l’ha sostituita con una cerva, che è l’animale che viene sacrificato. Queste tipo di citazioni, perfettamente integrate nella narrazione, sono constanti nel romanzo, nel quale Delio mostra le sue conoscenze del mondo classico e nello stesso tempo la sua perizia come narratore.
Il protagonista è un giovane spartano al quale per età tocca prestare servizio come soldato e perciò lo mandano a combattere nella Guerra di Troia. La provenienza spartana del protagonista permette all’autore di mostrare i valori spartani, il loro stile di vita, il processo formativo, le alte aspettative nel valore degli uomini, i costumi e i giochi dei ragazzi, ma anche le differenze nel rapporto della madre col giovane e in quello di suo padre con lui. Tenera è specialmente la descrizione dei sentimenti della madre e la rievocazione del suo affetto per il figlio.
L’inizio stesso segna il tono dell’opera. Il racconto comincia con “Un forte scuotere di lame”, dove, con precisione omerica, viene descritta la morte di un guerriero con ogni abbondanza di dettagli e, senza interruzione, il suo arrivo alle porte dell’Ade in un continuum che sembra negare l’esistenza stessa della morte. A questo primo resoconto della morte di un guerriero non identificato, segue la presentazione di Alessandro la notte prima della partenza per la guerra, un giovane che contempla le sue armi perfette e preparate per entrare in azione, mentre si interroga su quale sarà il suo futuro. Intanto “le armi attendevano lì, nuove e lucide come mai, in attesa di partecipare a una guerra che da anni era bloccata e senza un vero vincitore”.
Precisamente per tutto ciò questo romanzo ha un chiaro tono antibellico e antieroico: il protagonista è un giovane troppo giovane, che deve combattere in una guerra della quale non trova il senso, per qualcosa che non gli interessa. Non invano trascorrono ormai lunghi anni senza riuscire a conquistare Troia, mentre muoiono i soldati inviati laggiù. E tutto per la donna di un altro, pensa il ragazzo: in queste riflessioni Delio raccoglie le critiche che compaiono in numerose opere della letteratura greca, specialmente quelle che accusano Menelao, che non ha saputo sorvegliare la moglie e permette che si trasformi in guerra un conflitto personale.
L’opera nel suo insieme è intrisa di questa profonda conoscenza di Delio del mondo e della letteratura classica, dell’epica omerica, ma anche della tragedia, il che non impedisce tuttavia che possa essere letta con facilità e piacere da chi non ha queste conoscenze. Per chi le ha, si crea un gradevole gioco di citazioni, che arricchisce il piacere della lettura di questa opera in una prosa poetica di livello elevato.
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