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Laboriosa, impegnativa e ben mirata l’opera intrapresa da Don Tommaso Lerario, e ora in compimento, nell’attenta e meticolosa cura del volume recante “Sciagrafia delle Chiese di Acquaviva; di Girolamo Tommaso Rosa, A.D. 1729”. Un prodotto culturale notevole trattandosi di un inedito manoscritto in lingua latina di quaranta pagine risalenti all’inizio del secolo XVIII. Il testo d’origine è perciò abbastanza vetusto di quasi tre secoli ed è rimasto giacente e dimenticato nell’Archivio Capitolare Metropolitano di Bari fino a qualche decennio fa quando avvenne la sua scoperta.
Sante Zirioni, Ispettore Onorario della Soprintendenza per Acquaviva e Adelfia - un pioniere degli studi di storia e di arte locale - nel 1979 fece venire alla luce il documento. In quel periodo non solo ad Acquaviva, ma in tutta Italia stava prendendo piede un processo sempre crescente circa la consapevolezza del valore e della consistenza del patrimonio storico artistico ecclesiastico e la sua rivalutazione da più punti di vista. Tale processo venne poi sancito, prima con la legge 490 del 1994, poi con il “Testo unico in materia di beni culturali” (Legge n. 352 del 1997) e successivi accordi tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica in materia di Beni Culturali Ecclesiastici. L’importante opera di ricerca dello Zirioni è racchiusa in un’unica raccolta: “Acquaviva sacra e antica. Studi e ricerche”; volumi I-V, 1979-1990.
Ora eccoci alla pubblicazione del manoscritto nella sua integralità nella compiutezza di un libro davvero maiuscolo per dimensione cartacea, per significato storico e per coinvolgimento sociologico e culturale della comunità acquavivese. Il manoscritto latino per la prima volta viene reso fruibile pagina per pagina e grazie alla elaborazione grafica è facilmente leggibile e pronto per ulteriori approfondimenti. A fronte del manoscritto la traduzione nell’italiano contemporaneo proposta da un gran latinista ecclesiastico, il compianto Mons. Gaetano Lenoci, qui ricordato a quindici anni dalla morte.
Mons. Lenoci nel tradurre ad litteram il latino ecclesiastico settecentesco sceglie espressioni della lingua italiana, a suo parere, più vicine al modus scribendi dell’autore.
Abbonda l’opportuno corredo fotografico e viene esplicitato adeguatamente il valore religioso, storico-artistico e culturale nel contesto della comunità ecclesiale locale. La stessa patria cultura acquavivese ne esce stimolata, incuriosita, arricchita. E per giunta il naturale fascino della storia che in occasioni del genere quasi per virtù propria si esterna e attrae. La storia, infatti, per propria natura è rivolta al passato e si palesa come intenso racconto di vita esistita e vissuta che a noi giunge sempre come mescolanza di fatti e di misteri, dal che appunto il fascino che la qualifica. Affiora una riscoperta di luoghi e manufatti artistici e storici di cui nel tempo si erano smarriti il loro valore e il loro significato, oltrepassando e superando il consueto passatismo perché ci fa immergere nel convissuto pregresso rendendoci lettori di una storia che ci tocca nelle radici. Con quest’opera e con la particolare nostra attenzione si avvera e si compie una effettiva valorizzazione culturale del territorio. La storia degli acquavivesi di tre secoli addietro, raccontata in queste pagine, ci riguarda: non sono i “noi di oggi”, di quest’ora spicciola pronta anch’essa a tramontare, ma noi siamo i posteri effettivi del narrato qui offerto in vicende e opere. Per essere più semplici, può dirsi che nel libro non si legge la storia degli altri, estraniazione esistenziale mai condivisibile, si legge la storia di comuni radici da riconoscere come ineludibili sempre, e da rispettare e promuovere nei loro significati etici e valoriali. Non furono pazzie acquavivesi quelle tantissime Chiese erette ed ora riportate alla memoria nelle odierne pagine qui memorizzate. Esse allora furono elencate come prova certa di un vissuto cristiano da comunicare alla Curia del Vescovo Diocesano prima e all’Autorità papale romana, poi, secondo le disposizioni tridentine in occasione dell’allora imminente visita “ad Apostolorum Limina” del Pastore diocesano nell’adempimento di un fondamentale dovere/obbligo canonico. Tutto vuol significare e dire che persone, famiglie e comunità avevano una effettiva e visibile religiosità, quindi c’era una forte civiltà di vita che decisamente onorava i contemporanei ieri, come oggi i posteri.
Questo volume oltre a corrispondere e accendere curiosità culturali e fornire informazioni, suscita nuovi interrogativi e apre a nuove piste di ricerca e di ulteriori sviluppi; non fa perdere tempo ai lettori. È un libro di valore culturale a cui la contemporaneità ha dovere e convenienza di guardare con giusto scrupolo. Vi è un canone a cui possa corrispondere questa edizione della Sciagrafia che ora nasce tre secoli dopo il suo concepimento? La risposta ci viene da S. Ambrogio (De Paradiso, 25): “nova semper quaerere et parta custodire”, cercare sempre il nuovo e custodire il conseguito.
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