Custodi di luce: antropologia,

narrazioni e rappresentazioni di uomini e fari

vuoto
Recensione
  
Custodi di luce: antropologia, narrazioni e rappresentazioni di uomini e fari

 

 A Silverio e a Dante,

che da lassù continuano a

curare la luce

per indicare la rotta ai naviganti

     

    Misto di narrazione autobiografica, citazioni dotte e riflessioni filosofiche che sfuggono alle rigidità disciplinari. E un testo che si legge come un saggio filosofico-antropologico, ma anche come un racconto memoriale e un manifesto etico-politico. L’unico limite, se tale si può chiamare, è la complessità stilistica e teorica che richiede al lettore competenze consolidate nei campi dell’antropologia culturale, della filosofia morale e degli studi culturali per coglierne appieno le sfumature.

     

    Teti ci ricorda che la nostalgia, lungi dall’essere un semplice sentimento del passato, è - oggi più che mai - un sentimento del presente, una forza interpretativa per abitare un mondo fragile, a rischio di estinzione, ma ancora aperto a forme di cura, pietas e speranza. Nello scenario dell’Antropocene, la nostalgia, come indica l’autore, non è solo patologia della modernità ma anche potenziale antidoto alla sua deriva autodistruttiva: un ritorno critico alle domande originarie dell’umano, in cui il passato e l’altrove diventano strumenti di comprensione, cura e rigenerazione.

     

    In conclusione, è un’opera che, intrecciando autobiografia, teoria e analisi storica, amplia la comprensione antropologica del sentimento nostalgico e ne rivela le implicazioni etiche e politiche. [Ciriaca Coretti]

     

    Nel volume l’autore ci conduce in un viaggio poetico ed etnografico lungo le coste italiane, alla scoperta dei fari e dei loro guardiani, figure spesso dimenticate, sospese tra la terra e il mare, tra la solitudine e la devozione. Il testo nasce da un progetto di ricerca antro­pologica che intreccia autobiografia, memoria familiare e osservazione partecipante: l’autore, figlio di un fanalista, restituisce la voce di un mestiere ormai in via di estinzione, trasformandolo in chiave simbolica e patrimoniale. L’esperienza personale si fonde così con un’indagine scientifica che esplora le dimensioni materiali, sociali e immaginative di un universo ai confini del mondo abitato.

     

    L’introduzione, di grande forza evocativa, apre con la descrizione sensoriale della salita al faro: un rito di passaggio che diventa metafora dell’ascesa verso la luce e dell’immersione in una dimensione quasi metafisica. È un ingresso nel “tempio del mare”, dove la lanterna si trasforma in oggetto di culto, simbolo di salvezza e di ritorno. Da subito Masciopinto chiarisce la propria postura di antropologo-narratore, consapevole che l’etnografia è una forma di narrazione che tenta di ridurre la distanza dall’”altro”, riconoscendo la reciprocità dello sguardo e il coinvolgimento emotivo del ricercatore.

     

    Il volume si articola in tre sezioni. Nei “Prologhi”, l’autore ricostruisce la storia dei segnalamenti marittimi, dalle origini antiche fino all’età contemporanea, e analizza l’evoluzione del mestiere di guardiano del faro attraverso documenti, regolamenti e testimonianze. Il faro emerge come “architettura speciale”, spazio di mediazione tra elementi naturali e culturali, tra l’immanenza del mare e quella della terra. Nelle “Narrazioni”, cuore del libro, prendono forma le voci dei protagonisti: i racconti di vita dei fanalisti, raccolti durante il lavoro sul campo, compongono un mosaico di esperienze, affetti, sacrifici e dedizioni. “Il faro è come un figlio", “è un amico caro”, dicono gli intervistati: frasi semplici, ma dense di significato, che rivelano la profonda intimità tra l’uomo e la luce che custodisce. Infine, negli “Epiloghi”, Masciopinto riflette sulla quotidianità e sugli oggetti del faro - come la “sedia del guardiano” - interpretandoli come microcosmi di relazioni e di senso. La conclusione apre un orizzonte di riflessione sul destino dei fari tra abbandono, recupero e valorizza- zione: da luoghi del lavoro e dell'isolamento a possibili patrimoni da restituire alla collettività.

     

    L’opera si distingue per il tono ibrido e pro­fondamente partecipato. Masciopinto unisce la scrittura etnografica alla narrazione memoriale, facendo dialogare scienza e poesia, documento e racconto. L’uso della prima persona non è solo un espediente letterario, ma una scelta epistemologica che riconosce il valore dell’esperienza soggettiva come strumento di conoscenza. L’autore affronta il tema dell’“osservazione di casa propria”, un terreno difficile e affascinante dell’antropologia contemporanea, dove l’intimità rischia di offuscare l’analisi ma, al tempo stesso, permette di accedere a livelli di comprensione altrimenti inaccessibili.

     

    Dal punto di vista teorico, il testo si colloca nell’ambito dell’antropologia del mare e del patrimonio, dialogando con autori come Michel Mollat e Predrag Matvejevic, e recuperando la lezione di Fernand Braudel nel leggere il Mediterraneo come spazio di scambi, navigazioni e connessioni. Il faro, in questa prospettiva, diventa un “senso-scape” - per riprendere la definizione di Cristina Grasseni - un paesaggio di senso costruito dall’interazione tra ambiente, memoria e saperi. I fari non sono solo infrastrutture tecniche, ma veri e propri luoghi simbolici in cui si materializza l’incontro tra natura e cultura, lavoro e devozione, solitudine e comunità.

     

    Il contributo di Masciopinto è duplice: da un lato, documenta un patrimonio materiale e immateriale in via di scomparsa, quello dei fari abitati e dei loro guardiani; dall’altro, ne offre una lettura antropologica capace di rivelarne la dimensione culturale e affettiva.

     

    L’opera invita a considerare i fari come “custodi di luce” non solo per la loro funzione di segnalamento, ma come custodi di memoria, di storie e di identità collettive. La luce del faro, simbolo di orientamento e di speranza, diventa emblema di un’eredità culturale da preservare e trasmettere.

     

    L’apparato fotografico e documentale, insieme alla ricca bibliografia, completa un lavoro accurato e originale, che si colloca al crocevia tra antropologia marittima, studi patrimoniali e antropologia della memoria. Custodi di luce è un testo che parla di un mestiere, ma anche di un modo di essere: di un umanesimo della soglia, dove l’uomo si misura con l’infinito del mare e con la fragilità del proprio ruolo.

     

    Masciopinto ci ricorda che i fari non sono soltanto torri di pietra, ma presenze vive, cariche di voce e di silenzio. Raccontarli significa raccontare la condizione umana: l’attesa, la cura, la solitudine e la luce che continua a indicare la rotta ai naviganti. 

     

    Carmen Montemurro

    Scheda bibliografica
    a cura Michele Claudio Masciopinto
    Titolo Custodi di luce: antropologia, narrazioni e rappresentazioni di uomini e fari
    Editore La Nuova Mezzina - Molfetta
    Prezzo 25,00 €
    data pub. ottobre 2018
    ISBN:  978-88-886-827-8
    In vendita presso:
    Su richiesta presso tutte la Libreria

     

    Mostra posizione