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Tra la fine del Quattrocento, da quando l’umanista e medico salentino Antonio de Ferrariis Galateo scrisse il suo Eremita, fino alla fine del Cinquecento, quando la Riforma aveva ormai aperto un solco nell’Europa cristiana, diversi furono i dialoghi, composti in latino o in volgare, ambientati alle soglie dell’aldilà. Una medesima situazione narrativa viene riproposta in questi scritti: un’anima che giunge alle soglie del Paradiso e rivendica il proprio diritto ad entrare, ora in ragione delle sue buone azioni, ora in forza al ruolo che aveva ricoperto in vita. In questa situazione viene spesso ritratta l’anima di un papa (Giulio II o Leone X) respinto dal primo pontefice, Pietro, sul modello esemplare offerto dallo Iulius exclusus attribuito ad Erasmo; tuttavia, variazioni e declinazioni originali del tema non mancano, talvolta dettate da un’estrema libertà di espressione, talaltra nel tentativo di sfuggire, specie nel Cinquecento avanzato, alle spire dell’Inquisizione. Ciò che è interessante mettere in evidenza non è tanto l’aspetto teologico di questi scritti, quanto il carattere di quello che, se non può certo essere definito un vero e proprio genere letterario, è certamente determinabile come una specifica declinazione del dialogo dei morti che acquista nel breve giro di pochi anni un senso autonomo, sulla base del modello classico offerto dalla Apokolokyntosis di Seneca e della più recente scrittura di Leon Battista Alberti, maturata nelle Intercenales e nel Mo mus. Per essere meglio compreso nelle sue articolazioni e nei suoi significati ultimi, questo piccolo corpus di dialoghi deve tenere conto di questa breve storia che si sviluppa a partire dalla seconda metà del Quattrocento, fino a giungere alle soglie della Riforma protestante, per assumere poi 10 Sebastiano Valerio altre e nuove forme, certo influenzate dalle mutate condizioni di libertà entro cui si trovarono ad operare quegli scrittori che si misurarono con questo genere.
Se cercassimo di determinare i caratteri di questi dialoghi, al di là dell’ovvia ambientazione ultraterrena, attribuibile al modello classico dei dialoghi dei morti di Luciano, che avevano avuto una rinnovata attenzione nel mondo dell’umanesimo, vi è la piena assunzione di una prospettiva cristiana, con la rappresentazione della porta del Paradiso, presidiata da san Pietro, che incontriamo già nell’Eremita del Galateo (dialogo che si è fatto risalire agli anni finali del XV secolo, forse al 1496-1498, gli anni della crisi della dinastia aragonese): qui un buono e vecchio eremita in odore di santià viene escluso dal Paradiso da un san Pietro che è portatore di tutti i mali di cui è macchiata la Chiesa di papa Alessandro VI Borgia. La stessa ambientazione caratterizza lo Iulius exclusus di Erasmo, concepito intorno al 1513 e dato alle stampe proprio nel 1517, ma questa volta a rimanere escluso è un papa, Giulio II, cacciato da un san Pietro che incarna la purezza della Chiesa delle origini. Stessa situazione si incontra ancora nel dialogo Simia di Andrea Guarna, scrittore cremonese di origine salernitana, che ebbe modo di frequentare da vicino la Roma papale di Giulio II e Leone X, un’opera anch’essa risalente agli anni compresi tra il 1516 e il 1517. In tutti questi casi, come pure negli altri che riportiamo nelle pagine seguenti, lo schema narrativo è il medesimo e lo scontro per entrare in Paradiso diviene una scoperta metafora delle lotte intestine alla Chiesa in quel particolare frangente e della crisi etica che tocca il papato nel corso del Cinquecento.
In tutte queste opere, pur con sostanziali e talvolta radicali differenze, si apre una polemica contro san Pietro, nella sua funzione, più che di claviger, di vero e proprio giudice, con una evidente sovrapposizione del ruolo che la tradizione cattolica concedeva all’apostolo e quella che la tradizione classica attribuiva a Minosse ed Eaco, cosa che Galateo Introduzione 11 dichiara per altro esplicitamente nel suo Eremita. Il punto dirimente è se la giustizia prevalga almeno nel regno dei cieli e gli ingiusti ne restino esclusi o se si verifichi, proprio come eccezionalmente avviene nel caso dell’Eremita, la situazione diametralmente opposta, con il Paradiso che diventa paradossalmente il luogo dell’ingiustizia, cosa che nel Pasquillus extaticus del riformato Celio Secondo Curione viene spiegato alla luce di una sorta di duplicazione e falsificazione del Paradiso cristiano.
La rappresentazione del Paradiso è quasi sempre canonicamente modellata su quanto l’immaginario cristiano aveva proposto, anche qui alla luce dalla tradizione classica del locus amoenus. Mura splendide e ricche, porte di metallo prezioso e gemme, aria profumata, verdi prati fanno da sfondo alle azioni di questi dialoghi, fortemente teatralizzati secondo la tradizione lucianea, dove il personaggio di Pietro viene introdotto in scena solo dopo che i protagonisti dell’azione si sono scambiati alcune battute che tendono a definire i caratteri dei protagonisti stessi e le circostanze in cui il dialogo si svolge. Quando anche, per prudenza, prevale la trasposizione di questo immaginario cristiano nei più accettabili toni della metafora offerta dai Campi Elisi, di derivazione classica, il senso della polemica anticuriale è sempre molto chiaro. La vicenda di Agostino Vanzo, il medico di Schio, autore di un poetico Dialogo di Leone e Pietro, che fu condannato al rogo e giustiziato nel 1570 anche per questa sua opera, rende piena e tragica testimonianza di un percorso che nel volgere di poco più di settanta anni, da quando il Galateo aveva concepito il proprio dialogo, aveva visto drammaticamente restringersi gli spazi della libertas dicendi.
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